Dal vento autunnale di Chicago, al tepore della North Carolina, sino al caldo umido di Miami. Se il peso dei miei vestiti diminuiva con il passare dei giorni, di sicuro per i vini non si presentava il medesimo problema. Nel senso che, spostandomi verso climi più caldi, avevo il timore di incontrare qualche difficoltà nel far degustare i vini rossi. Mi sbagliavo. Anche nei ristoranti di Miami Beach, alcol e tannini non rappresentavano un grosso ostacolo per gli avventori. Primitivo e Salice Salentino non spaventavano di certo chi era solito pasteggiare con Barolo e Brunello nonostante i 95°F (35°C!).
Andiamo per ordine. Ho trascorso i primi giorni della settimana insieme a Doug Donovan, il responsabile della North Carolina, fra Raleigh (la capitale), Durham, Chapel Hill e Charlotte. Abbiamo presentato i vini nei posti più disparati. Nei Whole Foods Markets, una catena presente in tutti gli Stati Uniti in cui è facile trovare ogni tipologia di cibo possibile ed immaginabile (the world’s largest retailer of natural and organic food). Nei classici wine stores, così come in una vera e propria gioielleria specializzata anche nella vendita di selezionati vini italiani, francesi e americani (thanks Douglas e LouAnnet!) e, ovviamente, nei ristoranti.
Toscana Ristorante Italiano a Charlotte, proprietà di Augusto Conte (ho mangiato un piatto di linguine ai frutti di mare e astice che non aveva proprio nulla da invidiare a quelli delle nostre zone. E il rosato di Negroamaro era il compagno perfetto!).
The Carolina Hill, un hotel di estrema eleganza e bellezza a Chapel Hill, e Vivace Restaurants, uno a Charlotte, l’altro a Raleigh. In quest’ultimo ho avuto il piacere (non capita spesso purtroppo) di trovare una buona presenza di vini pugliesi nell’ottima wine list tutta italiana, fra cui il Gravina Botromagno dei mitici D’Agostino bros e il rosato dell’amico Damiano Calò di Rosa del Golfo.
Il giorno dopo, partenza per l’ultima tappa di questo lungo tour americano: Miami.
Ok, lo ammetto: c’è stato un un momento in cui ho pensato veramente di strappare il biglietto di ritorno, comprare costume e infradito, e far perdere ogni traccia di me. Città estremamente affascinante, la meno americana di tutte quelle visitate da quando seguo gli States. Cosmopolita e interrazziale. Sono presenti molte etnie ed è forte l’influenza delle comunità latino-americane e caraibiche di lingua spagnola. Questo melting pot culturale non poteva non influenzare anche il mercato del vino. Forse un po’ più difficile, meno attento (opinione personalissima s’intende), in cui la parte da leone la fanno i vini più conosciuti (vitigno, denominazione, territorio), ma nello stesso tempo dalle grandi potenzialità. Io ed Alberto Prealoni, Regional Manager della Florida, abbiamo girato per Miami in lungo e in largo passando dai wine store cubani di Little Havana, ai wine bar in Boca Raton. Dagli eleganti wine shop nella Design District ai tanti (e buoni) ristoranti italiani a South Beach.
Si concludono così le due settimane in giro per gli USA. Quindici giorni di grande intensità, non solo lavorativa ma anche emozionale. Disponibilità, cordialità, opportunità, rispetto, amicizia. La malinconia prende il sopravvento al momento di ripartire. Non ho intenzione di intristirmi, non c’è ragione per farlo. Non oggi, non davanti ad un mare così. Finisco il mio Mojito…un bagno…l’ultimo…poi si torna a casa.
From North (Carolina) to South (Beach) | Wine Italy Blog
Ti invidio un pò!
Bel racconto e sempre bellissima Miami. Sono stato in un Whole Food, se non ricordo male pongono molto l’accento su prodotti biologici/da economie sostenibili. Ricordo che qualitativamente erano tra i market migliori, se la memoria non mi inganna.
Grazie Alberto. La memoria non ti inganna. I “WF” sono food markets fra i più forniti, decisamente attenti alle economie sostenibili e con un reparto vini importante.
Miami? Forget about it!
Si allora ricordavo bene. Sicuramente tra i market più “all’europea” che ricordo. Una cosa che mi ha colpito è stata, nella maggior parte degli shop/supermercati/pharmacy presenti nei centri urbani, la spiazzante (per me, italiano) mancanza di “materie prime”. Forse è stata solo una percezione mia, ma sembrava difficile trovare, che ne so, 1kg di farina.