E’ un sound, la cantina, le bottiglie che filano sul nastro mobile, i tappi che calano sui colli di vetro: l’ingranaggio che affranca i vini Cantele – come fossero lettere, pronte per essere spedite – sembra il plastico di un carillon gigante, circondato dalle terre del Negroamaro. Il prospetto della cantina ha le spalle larghe delle storie di famiglia, segnalibro chiaro tra le pagine verdi della macchia mediterranea e dei vigneti, apre al ritmo costante delle fasi di vinificazione e affinamento del Negroamaro, del Primitivo e degli altri vitigni. Un profumo, una mescolanza di fragranze dense di sfumature che aleggiano su tutto, tra le enormi stanze che si inanellano a formare questi “dadi” lanciati sulla penisola d’acqua, tra i due mari, negli anni ‘50. Da allora, i sogni degli uomini (padri, figli, nipoti) si sono strutturati, hanno assorbito i nomi e le atmosfere delle mitologie famigliari, intime, perché il retrogusto più vero di un calice di vino è la sua storia. Le sue storie. Sostenute da stratificazioni di tempo, annate, luoghi bordati di mare. Quelle storie ti vengono incontro, mentre attraversi la cantina, nell’ora in cui il sole sottolinea il suo dominio e dirige un’orchestra di cicale.
Questo vino è l’elemento di una terra cantata dai poeti, dai visionari, quelli che cercano il Salento rapsodico degli antenati e di Bodini. Se la cantina potesse parlare, cosa direbbe? Forse che l’armonia non si improvvisa, è evidente. Sembra un’idea come un’altra, invece è un’idea immane. La sua forma sembra forgiata dalla luce che in questa geografia determina prodigi. Luglio, così caldo che la vendemmia, quest’anno, potrebbe giocare d’anticipo animando “l’isola pigiante” che prende il nome dal suo destino: ricevere l’uva che dovrà essere pigiata e diraspata. Quest’area della cantina, sorprende come una postilla aerospaziale, rutilante quanto una linea di decollo. Più in là, al riparo da tutte le calamità di un mondo luminoso, ci sono le barriques col loro segreto liquido, denso di passaggi che lo hanno reso pronto. La balconata del ristorante che sta per aprire i battenti, ai piani alti, traguarda il panorama che fascia la cantina. Da qui si può guardare verso l’antica masseria che spicca, centenaria, tra ettari di vigneti in fila indiana. Merita una visita mentre si prepara a diventare qualcosa d’altro, un Resort, un avamposto del Mar Jonio, una dissertazione importante nel discorso portato avanti dalla famiglia Cantele. Nelle calde giornate estive, da qui comincia un sound che entra in ogni cosa: l’acuta voce del vetro che tintinna, del vino versato in un calice. Vicino o lontano.
- Luisa Ruggio -
